Un forte segnale al popolo dei ghetti
(Gianni Fabbris)
Lo avevamo detto nei giorni scorsi: lo sgombero senza soluzioni alla Felandina sarà il fallimento delle istituzioni; avevo aggiunto che il prezzo del fallimento lo avrebbero pagato le comunità, le aziende agricole e i lavoratori stessi e che, esattamente come è accaduto più volte da oltre dieci anni, il ghetto inevitabilmente si riformerà tornando ad essere, al tempo stesso, un invivibile e indicibile luogo di barbarie, un bancomat per i caporali e un problema sociale per le comunità.
La prima parte della facile previsione si sta avverando in queste ore: molti braccianti sono accampati nei luoghi più disparati magari dormendo in aperta campagna fino a che il tempo glielo consentirà, nel tentativo di far passare “la buriana” mettendo in atto una estrema strategia di sopravvivenza; di fronte agli sceriffi che invece di farsi parte dirigente della soluzione minacciano nuovi interventi, loro cercano di non farsi vedere, di cancellarsi per nutrire l’ipocrisia collettiva dell’occasione ghiotta di poter dire: “vedete? Se ne sono andati”.
Così non è, come sanno bene i tanti e le tante componenti delle associazioni e dei movimenti laiche e cattoliche impegnati ad assisterli. Sono colpito dalla Comunità di Bernalda e dalla capacità di tante realtà lucane che da mesi (non da uno ma da molti) stanno intervenendo rimboccandosi le maniche e provando a mettere in campo le soluzioni. Decine di materassi e coperte, letti, vettovaglie, vestiti e altri generi di conforto sono stati distribuiti e sono ancora in distribuzione.
Sono tanti e da ben prima che il Sindaco di Bernalda assumesse la delibera di sgombero ad essere in campo. Andrebbe scritta la storia di chi ha assistito per mesi i lavoratori della Felandina e di chi si è prodigato per trovare soluzioni senza che nei tavoli “istituzionali” fossero stati nemmeno “uditi”.
Lo avevo scritto la sera dello sgombero, registrando amaramente l’atteggiamento degli uomini e delle donne delle istituzioni coinvolte (alzate di spalle, braccia allargate, frasi del tipo “non è di mia competenza” oppure “io lo ho proposto ma nessuno se ne vuole fare carico): di fronte al fallimento delle istituzioni sarebbe toccato alla “società civile e al mondo del volontariato e delle associazioni” mostrare il volto dell’antica civiltà lucana e del suo profondo senso della giustizia, della dignità e della democrazia.
Ma ora è il momento in cui la responsabilità delle istituzioni torni in campo e dia prova di essere all’altezza di questo impegno civile, perché spetta alla politica il compito di prevedere e risolvere i problemi e non al volontariato.
Ho scritto, a nome del Forum delle Terre di Dignità, al Presidente Bardi perché ci incontri e dia un segnale di confronto sul percorso strategico generale e sulle misure urgenti; spero che avremo risposte e, nella prospettiva che già martedì prossimo possiamo incontrarci, credo siano utili due precisazioni.
La prima è che, se la Felandina non è il motivo della malattia ma ne è la conseguenza, allora dobbiamo avere un atteggiamento responsabile e sottratto dalle polemiche e dalle convenienze politiche “corte”.
Mi occupo di contrasto al caporalato e di difesa degli agricoltori da molto tempo. Il 21 settembre del 2000, dopo molti anni di contrasto ai caporali delle fragole nel metapontino, organizzammo un convegno nazionale nella Sala Consigliare del Comune di Policoro dal titolo “Ripartire dal lavoro per difendere il Sud e la sua agricoltura”. Fu una giornata di proposte mentre esplodevano le emergenze dei caporali (bianchissimi e italianissimi) che, approfittando delle scelte politiche che avevano smantellato i servizi di intermediazione pubblica sulla manodopera, dopo aver sfruttato le braccianti leccesi e brindisine, ricattavano le aziende. Proposte che furono negate da quello che è accaduto negli anni successivi e che ci ha portao nella crisi delle aziende, dei lavoratori e del territorio.
Da quegli anni si sono avvicendati governi di tutti i colori politici ma i problemi si sono aggravati, dunque ognuno assuma le proprie responsabilità per il passato e dia un segnale di discontinuità per il futuro.
La seconda questione è che, nel mentre chiediamo che vengano usati i finanziamenti che sono nel cassetto e si attivino le risorse per dare risposte da parte del pubblico, vogliamo chiarire subito che l’obiettivo non è “spendere i soldi”. Soprattutto non lo è “spenderli comunque e a qualsiasi costo”
Oggi ai lavoratori ed alle lavoratrici italiani ed europei si sono aggiunti i lavoratori di origine africana ed ormai, senza di loro, le nostre aziende non lavorerebbero e tutto il territorio sarebbe in ginocchio. Lavoratori che, nei fatti, vivono in condizioni degradanti e inaccettabili.
Qui, ormai, c’è una questione di dignità delle nostre comunità. Non abbiamo bisogno di lager, non abbiamo bisogno di ghetti istituzionalizzati. Abbiamo bisogno che a chi viene qui per lavorare deve essere garantita una condizione degna e civile e di libertà nel rispetto delle regole.
Abbiamo bisogno di dignità per chi viene qui a lavorare (garanzia di servizi, alla cittadinanza, alla salute, alla possibilità di integrazione, al lavoro, alla casa) e per le aziende che sono sul territorio.
A queste aziende vanno garantiti servizi, soluzioni efficaci e alternative all’uso dei caporali (e non solo repressione); soprattutto va garantito che a fronte dell’impegno ad applicare pienamente le regole sui diritti del lavoro vi sia il riconoscimento pieno dei diritti di fare impresa, a cominciare al reddito e, in particolare, al prezzo al campo garantito.
Se la speculazione commerciale paga il pomodoro 9 centesimi o le albicocche 11 centesimi, i cittadini devono sapere che i prodotti rimarranno sul campo, non ci sarà lavoro o che dentro il cibo che mangeranno ci sarà sfruttamento per i braccianti e gli agricoltori.
Al Presidente Bardi ed alla Regione sollecitiamo l’incontro con questo spirito: chiediamo di attivare le risorse ma non “per spendere i soldi a qualsiasi costo”; lo chiediamo per offrire alle comunità, ai braccianti e alle imprese quella occasione di dignità che fin qui non abbiamo saputo offrire.
La prima parte della facile previsione si sta avverando in queste ore: molti braccianti sono accampati nei luoghi più disparati magari dormendo in aperta campagna fino a che il tempo glielo consentirà, nel tentativo di far passare “la buriana” mettendo in atto una estrema strategia di sopravvivenza; di fronte agli sceriffi che invece di farsi parte dirigente della soluzione minacciano nuovi interventi, loro cercano di non farsi vedere, di cancellarsi per nutrire l’ipocrisia collettiva dell’occasione ghiotta di poter dire: “vedete? Se ne sono andati”.
Così non è, come sanno bene i tanti e le tante componenti delle associazioni e dei movimenti laiche e cattoliche impegnati ad assisterli. Sono colpito dalla Comunità di Bernalda e dalla capacità di tante realtà lucane che da mesi (non da uno ma da molti) stanno intervenendo rimboccandosi le maniche e provando a mettere in campo le soluzioni. Decine di materassi e coperte, letti, vettovaglie, vestiti e altri generi di conforto sono stati distribuiti e sono ancora in distribuzione.
Sono tanti e da ben prima che il Sindaco di Bernalda assumesse la delibera di sgombero ad essere in campo. Andrebbe scritta la storia di chi ha assistito per mesi i lavoratori della Felandina e di chi si è prodigato per trovare soluzioni senza che nei tavoli “istituzionali” fossero stati nemmeno “uditi”.
Lo avevo scritto la sera dello sgombero, registrando amaramente l’atteggiamento degli uomini e delle donne delle istituzioni coinvolte (alzate di spalle, braccia allargate, frasi del tipo “non è di mia competenza” oppure “io lo ho proposto ma nessuno se ne vuole fare carico): di fronte al fallimento delle istituzioni sarebbe toccato alla “società civile e al mondo del volontariato e delle associazioni” mostrare il volto dell’antica civiltà lucana e del suo profondo senso della giustizia, della dignità e della democrazia.
Ma ora è il momento in cui la responsabilità delle istituzioni torni in campo e dia prova di essere all’altezza di questo impegno civile, perché spetta alla politica il compito di prevedere e risolvere i problemi e non al volontariato.
Ho scritto, a nome del Forum delle Terre di Dignità, al Presidente Bardi perché ci incontri e dia un segnale di confronto sul percorso strategico generale e sulle misure urgenti; spero che avremo risposte e, nella prospettiva che già martedì prossimo possiamo incontrarci, credo siano utili due precisazioni.
La prima è che, se la Felandina non è il motivo della malattia ma ne è la conseguenza, allora dobbiamo avere un atteggiamento responsabile e sottratto dalle polemiche e dalle convenienze politiche “corte”.
Mi occupo di contrasto al caporalato e di difesa degli agricoltori da molto tempo. Il 21 settembre del 2000, dopo molti anni di contrasto ai caporali delle fragole nel metapontino, organizzammo un convegno nazionale nella Sala Consigliare del Comune di Policoro dal titolo “Ripartire dal lavoro per difendere il Sud e la sua agricoltura”. Fu una giornata di proposte mentre esplodevano le emergenze dei caporali (bianchissimi e italianissimi) che, approfittando delle scelte politiche che avevano smantellato i servizi di intermediazione pubblica sulla manodopera, dopo aver sfruttato le braccianti leccesi e brindisine, ricattavano le aziende. Proposte che furono negate da quello che è accaduto negli anni successivi e che ci ha portao nella crisi delle aziende, dei lavoratori e del territorio.
Da quegli anni si sono avvicendati governi di tutti i colori politici ma i problemi si sono aggravati, dunque ognuno assuma le proprie responsabilità per il passato e dia un segnale di discontinuità per il futuro.
La seconda questione è che, nel mentre chiediamo che vengano usati i finanziamenti che sono nel cassetto e si attivino le risorse per dare risposte da parte del pubblico, vogliamo chiarire subito che l’obiettivo non è “spendere i soldi”. Soprattutto non lo è “spenderli comunque e a qualsiasi costo”
Oggi ai lavoratori ed alle lavoratrici italiani ed europei si sono aggiunti i lavoratori di origine africana ed ormai, senza di loro, le nostre aziende non lavorerebbero e tutto il territorio sarebbe in ginocchio. Lavoratori che, nei fatti, vivono in condizioni degradanti e inaccettabili.
Qui, ormai, c’è una questione di dignità delle nostre comunità. Non abbiamo bisogno di lager, non abbiamo bisogno di ghetti istituzionalizzati. Abbiamo bisogno che a chi viene qui per lavorare deve essere garantita una condizione degna e civile e di libertà nel rispetto delle regole.
Abbiamo bisogno di dignità per chi viene qui a lavorare (garanzia di servizi, alla cittadinanza, alla salute, alla possibilità di integrazione, al lavoro, alla casa) e per le aziende che sono sul territorio.
A queste aziende vanno garantiti servizi, soluzioni efficaci e alternative all’uso dei caporali (e non solo repressione); soprattutto va garantito che a fronte dell’impegno ad applicare pienamente le regole sui diritti del lavoro vi sia il riconoscimento pieno dei diritti di fare impresa, a cominciare al reddito e, in particolare, al prezzo al campo garantito.
Se la speculazione commerciale paga il pomodoro 9 centesimi o le albicocche 11 centesimi, i cittadini devono sapere che i prodotti rimarranno sul campo, non ci sarà lavoro o che dentro il cibo che mangeranno ci sarà sfruttamento per i braccianti e gli agricoltori.
Al Presidente Bardi ed alla Regione sollecitiamo l’incontro con questo spirito: chiediamo di attivare le risorse ma non “per spendere i soldi a qualsiasi costo”; lo chiediamo per offrire alle comunità, ai braccianti e alle imprese quella occasione di dignità che fin qui non abbiamo saputo offrire.
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